Attraverso la sua ultima fatica cinematografica, 'Vita mia', Edoardo Winspeare ci conduce in un'esplorazione intima delle sue origini, intessendo una narrazione che fonde storia, legami familiari e ricordi. Il film, distribuito nelle sale dal 9 aprile da Draka Distribution, vede protagonista l'acclamata attrice francese Dominique Sanda, insignita del premio per la Migliore interpretazione al Festival di Cannes nel 1976. Sanda incarna una figura nobile di origine transilvana, la cui infanzia è stata segnata dalla devastazione dell'occupazione nazista e dall'avvento del regime comunista. Dopo il matrimonio con un barone italiano, la donna trova rifugio nel suggestivo Salento. Questo personaggio femminile complesso e sfaccettato è chiaramente ispirato alla principessa Elisabeth von und zu Liechtenstein, madre del regista, portando sullo schermo un'eco delle sue esperienze e del suo retaggio.
La pellicola si sviluppa intorno alla figura di Didi, un'anziana duchessa transilvana stabilitasi nel Salento. La sua esistenza solitaria e precaria in un castello fatiscente la spinge ad accettare la presenza di Vita, una badante locale di umili origini ma di spirito vivace e determinato. Nonostante le marcate disuguaglianze sociali e culturali che le separano, tra le due donne emerge, dopo un iniziale periodo di diffidenza, un legame di profondo rispetto e una complicità inattesa. Questa relazione spinge Didi ad affrontare un viaggio finale verso la sua terra natale, la Transilvania, in occasione del processo di beatificazione del padre. Tuttavia, i dolorosi fantasmi del passato continuano a perseguitarla, e solo Vita sembra in grado di offrirle conforto e liberazione dal peso opprimente dei ricordi.
Winspeare, in collaborazione con Alessandro Valenti, trasforma la sua storia personale in un racconto universale, dove la memoria individuale si intreccia con la grande Storia europea. Il personaggio di Didi diventa così un simbolo delle sofferenze del Novecento, un'epoca di profonde ferite e drammatici sconvolgimenti. Il film, evitando giudizi semplicistici, rivela le sfumature più tragiche impresse nell'animo femminile da due regimi totalitari, il nazismo e il comunismo, e dalla rigida impostazione del pensiero cristiano. L'opera si focalizza sull'aspetto umano delle relazioni, mostrando come l'affetto reciproco tra Didi e Vita, pur provenendo da mondi diversi, diventi essenziale. La fotografia di Roberta Allegrini esalta questo dualismo emotivo, alternando la luminosità del Salento con le tonalità più cupe della Transilvania, un viaggio interiore che, sebbene manchi di un approfondimento sul punto di vista di Vita, sottolinea la forza redentrice dei legami umani di fronte alle tragedie storiche.